• Ferdinando Mulas

Avviati al fallimento


Cari lettori,

sebbene chi metta in luce i problemi che attanagliano Costa Paradiso venga visto oggi come disfattista, io non posso esimermi dal farlo, non posso pensare di tenere la testa sotto la sabbia e far finta di nulla come viene chiesto da più fronti. Non posso immaginare di guardare il sole, il mare e le rocce di questo posto meraviglioso, pensando che tutto vada bene e che tutto possa rimanere immutato. Proprio perché amo questo posto, per sperare che possa esistere ancora nei prossimi decenni, bisogna prendere coscienza dei problemi, affrontarli anche in modo drastico e con decisioni che oggi sembrerebbero per nulla indolori.

I crediti vs i partecipanti: il grande malato

Premessa: il bilancio per definizione si presta ad essere interpretato in mille modi diversi, e come tale è opinabile da chiunque, tuttavia due considerazioni le possiamo subito fare:

  1. La situazione finanziaria è molto grave

  2. La situazione finanziaria ad oggi è di gran lunga peggiore rispetto al 2013

Ogni società/organismo ha specifici requisiti di stesura dei conti sulla base essenzialmente della natura giuridica e della dimensione economica. Le società quotate in borsa per esempio, sono obbligate oltre a redigere un bilancio civilistico (obbligo di legge), a redigere un bilancio secondo gli IAS/IFRS (international accounting standards) di derivazione anglosassone, molto più rigorosi e realistici. Questo secondo metodo contabile è quello ormai di gran lunga più utilizzato dagli investitori internazionali proprio perché più “sincero” nella descrizione della situazione reale. Non voglio dilungarmi molto nel descrivere le grandi differenze tra i due modelli, voglio giusto prendere in esame un aspetto: i crediti vs i clienti (nel nostro caso le quote non pagate).

Questa specifica posta per i criteri IAS/IFRS, deve obbligatoriamente essere iscritta a bilancio con la valutazione di mercato dell’asset risultante da un impairment test. Questo test altro non è che l’individuazione reale dell’esigibilità del credito vantato a valore di mercato. Per chi non mastica questi concetti, basti pensare che il valore di mercato è banalmente il valore del credito qualora venga ceduto a terzi (per cui il valore esigibile, o il valore che si è disposti a riconoscere). Per fare un esempio, tutti noi oggi leggiamo sui giornali delle grandi difficoltà economiche in cui versano le banche soprattutto italiane, dovute ai prestiti fatti negli anni (NPL non performing loans), che, a seguito di un impairment test, sono stati in gran parte iscritti a bilancio con un valore nominale ridotto di oltre il 60%. Considerando le reali probabilità di recupero dei crediti vantati, fatto 100 la somma prestata, oggi vale poco più di 40, ossia è realistico pensare di recuperare in tempi ragionevoli e stimabili solo 40 (pur continuando a cercare di recuperare l'intera posta, ossia 100). Immaginate le ricadute economiche positive (solo nell’immediato) che si avrebbero per le banche e per l’intera economia italiana qualora si facessero solo bilanci civilistici. I crediti vantati verrebbero iscritti a valore nominale (ossia al 100%) e si proseguirebbe a vivere come nel paese dei balocchi credendo che tutto vada bene. Faremmo la fine della Lehman Brothers che la sera vantava un rating da tripla A, e la mattina ha dichiarato fallimento.

Questo purtroppo per noi è lo scenario della Comunità. Nel bilancio civilistico predisposto dal CdA, le voci dei crediti sono state inserite a bilancio con un valore pressoché nominale essendo irrilevante il fondo svalutazione crediti pari a 23.500€, che per lo meno denota una presa di coscienza di questo aspetto fino ad ora del tutto ignorato. Le realtà che i principi IAS/IFRS metterebbe in luce è purtroppo per noi di un credito complessivo vantato composto da:

  1. Una quota prescritta (valore di mercato pari a zero);

  2. Una quota non esigibile in tempi ragionevoli (valore di mercato pari a zero);

  3. Una quota esigibile (valore di mercato variabile e ipotizzabile anche pari al 100%)

La situazione peggiora poiché la Comunità per via della sua particolare natura giuridica che qualcuno si ostina a conservare immutata, non è un creditore privilegiato, per cui nel caso di decreti ingiuntivi emessi a società non solvibili (e senza fare nomi ci sono casi eclatanti) la Comunità si deve mettere in coda a tutti gli altri creditori, ed essendo tutti in fila per un tozzo di pane, quando la fila si sarà dissolta non sarà rimasto niente più che un ricordo di quel credito (totale svalutazione). A questo proposito è opportuno dire che il ricorso al decreto ingiuntivo non sempre è la soluzione migliore, anzi, per le società, nei casi di Costa Paradiso sono preferibili accordi privati anche riconoscendo uno sconto appetibile pur di rendere esigibile il credito. Paradossalmente, è interesse del creditore offrire sconti appetibili al debitore per “convincerlo” a pagare con un accordo privato e con ciò evitare di ricorrere al decreto ingiuntivo che, come detto, porterebbe alla svalutazione pressoché totale del credito vantato.

Sembra tutto molto complicato, ma in realtà è semplice: grossa parte del credito vantato non è esigibile, e come tale, se la Comunità fosse una società quotata in borsa ed utilizzasse i principi IAS/IFRS, dovrebbe iscrivere a bilancio questi crediti fortemente svalutati poiché realisticamente non liquidabili in tempi ragionevoli e nell’ammontare richiesto e con ciò presentare dei bilanci fortemente negativi. La riprova di quanto dico sta nei fatti: sebbene questo CdA non abbia perso occasione per dire che avrebbe recuperato le quote non pagate, non hanno recuperato quasi niente, nonostante si siano davvero adoperati in questa direzione. Il credito verso i partecipanti, quello iscritto a bilancio per lo meno, non solo non si è ridotto, ma è addirittura aumentato. Ci si ostina insomma a scrivere a bilancio grandi cifre, che io paragonerei ai soldi del Monopoli perché ragionevolmente non entreranno mai in cassa.

Allargando il campo di analisi, se si guarda l’intera platea dei partecipanti/creditori, il credito vantato, sulla base dei dati diffusi, è persino triplicato dal 2013 anno di insediamento di questo CdA. Insomma la Comunità oggi è una entità zombie che si regge sul concetto di crediti vantati che probabilmente non vedrà mai. Senza mezzi termini, l’attuale bilancio mette in luce una situazione astratta, del tutto scollegata dalla realtà.

Ma perché non avviene la svalutazione, come farebbe un buon amministratore anche secondo il bilancio civilistico? Essenzialmente per due motivi:

  1. Senza un grande credito vantato verso i clienti (noi partecipanti), non rimarrebbero realistiche garanzie agli occhi dei nostri creditori, in primis Abbanoa, e chiunque vanta un credito verso la Comunità, fiutando aria di crisi, potrebbe metterla in mora e scoperchiare così il vaso di Pandora.

  2. Svalutare i crediti vantati verso i così detti “grandi morosi” vuol dire riconoscere il fallimento della linea di recupero crediti tanto reclamizzata, e, quindi, forse per scopi elettorali, si continua a mettere a bilancio il grande credito vantato verso queste persone/società.

Chiaramente io non voglio difendere chi le quote non le paga, non chi deve cifre ingenti per lo meno. Tuttavia è bene analizzare il fenomeno con un po’ di raziocinio che aiuti a prendere atto di una situazione purtroppo incancrenita ed agli occhi di qualsiasi contabile, ormai insanabile senza procedere con una severa svalutazione.

Come se tutto ciò non bastasse, sembrerebbe che ci siano stati casi conclamati di morosità prescritta (si dice di un grande condominio) e come tale, per nulla esigibile (valore di mercato pari a zero ed iscritto a bilancio dentro il calderone dei crediti vs i clienti al 100%).

Il debito verso Abbanoa, scenario di reale insolvenza

Piove sul bagnato si direbbe in questi casi, ma facciamo prima una breve storia: nel 2013 Abbanoa vantava un credito di circa 600.000 € presumibilmente tutto o quasi era rappresentato da consumi idrici non pagati. L’allora Presidente della Comunità Claudio Addis avviò una causa contro Abbanoa rivendicando il fatto (che personalmente condivido) che le quote fisse di 55€/anno pro capite non dovessero essere richieste poiché la stessa Abbanoa non svolgeva alcuna manutenzione sui contatori. I 55€/anno pro capite vuol dire circa 135.000€/annui che la Comunità ci chiede e deve girare in toto ad Abbanoa. In primo grado il Tribunale di Tempio ha riconosciuto le ragioni della Comunità. Questo CdA, una volta insediato, sulla base di questa sentenza, ha continuato a chiederci questa quota fissa, salvo poi non versarla ad Abbanoa facendosi scudo di una sentenza non definitiva. In questo modo il credito che Abbanoa vanta verso di noi, in tre anni, solo per le quote fisse, è aumentato di circa 400.000€ superando il milione di euro. È bene dire che per colpa di questa scelta, ognuno di noi, nessuno escluso, anche coloro che hanno sempre pagato le bollette dell’acqua, risulta moroso di 165€ nei confronti di Abbanoa. Pur non avendo tutti i dati a disposizione, mi sento di dire che fino al 2015 questa amministrazione ha pagato per lo meno i consumi reali.

Purtroppo in secondo grado Abbanoa è riuscita a ribaltare la sentenza e la situazione ora è tutt’altro che rosea, poiché, sebbene la Comunità abbia fatto ricorso in Cassazione, essa non giudica i fatti nel merito limitandosi a controllare la correttezza degli atti. Qualora non venisse ravvisato un qualche cavillo che annulli o rimandi in appello la sentenza, la Cassazione confermerà la sentenza di secondo grado rendendola esecutiva, e qui per tutti noi calerà la notte più lunga, e vediamo perché.

Leggendo il bilancio della Comunità possiamo trovare un “fondo credito Abbanoa” di circa 403.000€, e questo mi induce a pensare (o sperare) che il CdA in questi tre anni avrebbe (il condizionale è d’obbligo) accantonato le quote fisse che ha continuato a chiederci. Questa cifra servirebbe a colmare le sole quote fisse che per tre anni non sono state versate mentre resta in piedi il debito accumulato gli anni passati per i consumi idrici. Il debito verso Abbanoa iscritto a bilancio (dovrebbe essere la voce “debiti verso fornitori”) è di circa 563.000€ (a mio avviso questa cifra è sottostimata al pari dei 400.000€ delle quote fisse che senza una sentenza favorevole sono a tutti gli effetti crediti vantati da Abbanoa), mentre le disponibilità liquide in cassa sono di circa 207.000€. Nella malaugurata ipotesi che Abbanoa vinca la causa anche in Cassazione e divenga esecutiva la sentenza della Corte d’Appello, ammettendo anche in linea teorica di prosciugare l’intera cassa (impossibile sul lato pratico senza incorrere nella sospensione dei pagamenti degli stipendi e di qualunque altra spesa corrente) la Comunità sarebbe scoperta di circa 356.000€, concretizzandosi lo stato di insolvenza reale.

Non si può nemmeno prendere in considerazione l’ipotesi di sostenere il debito con la dilazione del pagamento in più esercizi commerciali, poiché, pur non disponendo di un rendiconto finanziario, nell’esercizio commerciale iscritto a bilancio la generazione di cassa che questa amministrazione ha saputo fare è negativa di circa 8.000 €. Poco certo, ma dimostra l’impossibilità di generare cassa corrente per 356.000€ di scoperto che si materializzerebbe.

Vero che il debito di 600.000€ questo CdA l’ha ereditato, ma gli amministratori sono chiamati a farsi carico delle situazioni pregresse, e nel limite del possibile, di sanarle. L’attuale amministrazione ha deliberato un aumento delle quote che hanno portato l’ammontare delle somme esigibili da 2,2 milioni a 2,9 milioni di euro (+30%). Pur non condividendo l’idea di aumentare le quote, se l’incremento fosse stato destinato interamente al fondo Abbanoa, oggi avremmo potuto guardare più serenamente al futuro; invece dei 700.000€ in più richiesti non c’è traccia, perso tra morosità dilagante, spese in consulenti, aumenti della forza lavoro e via discorrendo. Insomma tutto quello che si è portato avanti assomiglia ad una gestione allegra, ad una grande finzione, che rischia seriamente di esplodere.

Un’altra considerazione: un bravo amministratore, come un buon padre di famiglia, deve perseguire quella che in azienda si chiama “gestione del rischio”. Nel caso specifico di Abbanoa, un amministratore che guardi al bene della sua azienda, deve comportarsi in modo lucido ed imparziale di fronte agli aventi, e nel momento in cui viene avviata la vertenza Abbanoa, pur sperando e lottando per far valere le proprie ragioni, bisogna aprire un fondo in grado di garantire il superamento dell’ostacolo ipotizzando il worst case (scenario peggiore) per garantire la sopravvivenza dell’azienda (stress test). Questo vuol dire che fin da subito andava istituito un fondo esigibile per coprire il debito verso Abbanoa. Questa cosa va detto è stata fatta dall’amministrazione precedente sotto la guida di Claudio Addis appena egli stesso aveva avviato la causa contro Abbanoa, ma purtroppo tale azione non è proseguita in modo efficace col nuovo CdA ed oggi non siamo in grado di reggere allo scenario peggiore, ossia una vittoria giudiziaria di Abbanoa potrebbe seriamente concretizzare lo scenario di portare i libri in tribunale. La storia è piena di fallimenti avvenuti per mancanza di liquidità sebbene le aziende col proprio modello di business generassero bilanci positivi. Noi purtroppo non soltanto non abbiamo una situazione patrimoniale solida, ma siamo carenti di cassa, siamo insomma “nudi” di fronte agli scenari che abbiamo davanti (non siamo in grado di superare gli stess test).

Alla luce di tutto ciò, che si voglia accettare o meno, è ragionevole affermare che la Comunità oggi è sostanzialmente in uno stato di insolvenza tecnica o giudiziaria.

TFR: altro focolaio di insolvenza

Piccola premessa: nell’ultimo verbale del CdA trova ampio risalto la scelta di un dipendente di richiedere l’anticipo del TFR. Le ragioni di tale scelta da parte del lavoratore sono legittime, ma non ho intenzione di entrare nel merito della singola vicenda, che non mi riguarda, il punto è un altro: il TFR in generale è un diritto di ogni lavoratore, non una gentile concessione. Se io dovessi fare richiesta di pagamento anticipato del mio TFR alla mia azienda, state tranquilli che il Consiglio di Amministrazione non prenderà in esame la mia richiesta e sapete perché? Perché è ordinaria amministrazione, e non è richiesta alcuna delibera in favore (o peggio contraria) per adempiere. Compatibilmente con i tempi prescritti dalla legge in questi casi, il datore di lavoro deve liquidare quanto richiesto, non può opporsi se non in casi straordinari (meglio che non dica quali per non gettare nel panico i dipendenti). Vediamo cosa dichiara il CdA sul verbale:

“il CdA autorizza … la liquidazione della somma richiesta avendo riguardo anche all’andamento finanziario dei conti della comunità”.

Bene cari lettori, qui si ribalta un principio base: non deve essere il lavoratore a fare richieste compatibili con i conti societari, deve essere l’azienda a garantire sempre un diritto dei lavoratori. Nel caso della Comunità, deve essere sempre capace nei tempi prescritti dalla legge, di onorare tale richieste. Ma da dove nasce tale preoccupazione?

Il TFR, come tutti quanto sanno, è una quota del proprio reddito che ogni lavoratore lascia al proprio datore di lavoro per favorirne la crescita. Tuttavia non è un regalo, ma un prestito che lo stesso lavoratore ha diritto di richiedere tutte le volte che reputa opportuno farlo, e il datore di lavoro, salvo pochi casi, non può sottrarsi a questa richiesta. Il TFR, non deve necessariamente essere conservato in forma “liquida”, anzi, ha proprio lo scopo di essere utilizzato per finanziare la crescita aziendale. Tuttavia, su richiesta dei lavoratori, il datore di lavoro deve reperire la somma richiesta entro tempi prestabiliti.

Se io fossi un dipendente della Comunità, dopo aver letto il bilancio e con una sufficiente conoscenza storica alle spalle delle vicende di Costa Paradiso, tra le tante ragioni che mi si possano presentare per richiedere l’anticipo del mio TFR ne troverei una prioritaria a tutte quante: richiederei la liquidazione del mio TFR, poiché sulla base dei conti, ho notato che questo diritto non può essere garantito a tutti i dipendenti qualora ne facessero richiesta contemporaneamente, e non trattandosi di un organismo con migliaia di dipendenti, l’eventualità può concretizzarsi. Vediamo i conti.

Scorrendo lo Stato Patrimoniale la posta “trattamento di fine rapporto di lavoro subordinato” è iscritto per una cifra complessiva di circa 350.000€, ben oltre la disponibilità liquide della cassa pari come detto a 207.000€. Questo vuol dire che se tutti i dipendenti facessero la mia scelta, non ci sarebbero sufficienti risorse economiche per onorare la richiesta, concretizzando anche in questo caso lo stato di conclamata insolvenza. La Comunità, non potendosi sottrarre alla richiesta, dovrebbe reperire comunque la liquidità necessaria alienando i propri asset, ma quali asset facilmente liquidabili la Comunità oggi può vantare per colmare in tempi stretti l’eventuale ammanco di circa 150.000€ che si genererebbe? E se la Comunità non dovesse reggere l’onda d’urto della vertenza Abbanoa come sembra evidente dai conti? Insomma, oggi, i 350.000€ del TFR, come sono garantiti concretamente ai lavoratori? Se fossi un dipendente della Comunità, mi farei molte domande, e mi darei una sola risposta.

Strada ormai senza uscita

In campo finanziario esistono solo poche strade per risanare un bilancio:

  1. Aumento delle entrate

  2. Diminuzione delle spese attraverso una dieta interna.

  3. Aumento del capitale sociale

Aumento delle entrate: Questo esperimento è già stato fatto con risultati controproducenti dall’attuale amministrazione. L’aumento delle quote a doppia cifra è sotto gli occhi di tutti e pesa sulle tasche di tutti noi. Sebbene qualcuno pensa (o spera) ancora che Costa Paradiso sia un posto d’elite la realtà ci dimostra che la stragrande maggioranza dei partecipanti di Costa Paradiso sono persone dal reddito medio basso, che hanno investito a Costa Paradiso quando la politica fiscale sul mattone era più accomodante. Oggi non soltanto non si riesce a vendere quello che è diventato un pesante fardello per le casse di molte famiglie (svalutandone l’immobile), ma non si riesce più nemmeno ad onorare le sempre più grandi pretese che vengono avanzate un po’ dal Comune e un po’ dalla Comunità. Come recitava un post (anonimo ovviamente) sul sito della Comunità, il 94% dei partecipanti è moroso, ma solo pochissimi per grandi cifre. Questo dimostra in modo inequivocabile che la gente non riesce più a pagare. Avere un debito di 200-300€, non è morosità, è disperazione. Per cui una politica di risanamento dei conti basata sull’aumento delle entrate, come fossimo limoni da spremere che è stata perseguita dall’attuale CdA, a Costa Paradiso è insostenibile come dimostrano i fatti, ed anzi, porterà sempre di più a “gonfiare” la voce “crediti vs clienti” che col tempo diventeranno crediti inesigibili. Al contrario, si può pensare di abbassare la morosità diffusa abbassandone le pretese economiche per renderle sostenibili e quindi onorabili da tutti o quasi.

Diminuzione delle spese: nell’ultimo bilancio, praticamente tutte le voci di spesa risultano aumentate, per cui serenamente si può dire che non si è perseguita una politica improntata al risparmio. Alla forza lavoro già in organico si sono aggiunte nuove assunzioni, e sembrerebbe che sia stato raggiunto un accordo sindacale che porterà ad un aumento dei costi della forza lavoro di oltre 100.000€ annui. In questo quadro, immaginare una “drastica dieta” è davvero una strada in salita che deve essere perseguita attraverso una totale riorganizzazione delle entrate/uscite, favorendo l’estinzione di costi inutili o insostenibili.

Aumento del Capitale Sociale: paragonabile ad un aumento di capitale, ma nel nostro caso impraticabile realmente.

Un appello a tutti quanti a cambiare rotta

Per tutti questi motivi, io non mi sento in grado di votare favorevolmente questo bilancio il 10 agosto, chiedendo invece la stesura di un bilancio più realistico che inizi finalmente, ed in modo serio, a svalutare i crediti inesigibili secondo criteri standard, per liberarlo delle zavorre, sulla falsa riga di quanto fanno tutte le grandi società (si guardi le banche italiane). Questo passaggio richiede la stesura di un conto economico fortemente negativo, e sarebbe un passaggio dolorosissimo per l’intero territorio. Un passaggio assolutamente straordinario e fuori dalla normale amministrazione, che ormai non è più rimandabile.

A questi aspetti voglio aggiungere il fatto che da ormai un anno l’attuale CdA amministra e decide voci di spesa senza la maggioranza collegiale, poiché per ragioni di armonia interna ha deciso di non ottemperare all’art. 59 del nostro regolamento e quindi di reintegrare i cinque consiglieri dimissionari dopo l’ultima in ordine cronologico dell’ing. Gianni Monterosso. Per questo motivo io non riconosco ogni scelta di spesa fatta oltre l’ordinaria amministrazione dall’attuale CdA dal 22 agosto 2015.

Invito pertanto tutti quanti a prendere coscienza della situazione reale della Comunità di Costa Paradiso, e dell’esigenza improrogabile di un cambiamento di 180 gradi nella direzione di marcia imboccata da questa amministrazione. Serve una, per quanto possibile, riduzione delle quote, e serve un severo lavoro mirato alla riduzione delle spese.

Per far questo serve la partecipazione di tutti, ma anche la collaborazione di tutti, proprietari, imprenditori e Comune, partendo dal reciproco rispetto e del reciproco ruolo nel territorio. Dobbiamo finalmente risolvere la vertenza della fognatura, chiudendo l’era delle autorizzazioni provvisorie in favore di una cessione definitiva dell’impianto all’ente pubblico (Abbanoa attraverso il Comune), unico autorizzato alla sua gestione ed al suo ampliamento, sulla base delle reali esigenze e non per favorire un ulteriore sviluppo edilizio.

Infine, serve una riforma seria della Comunità diversa da quella che questo decaduto Cda ci vorrebbe far votare in assemblea, senza una preventiva concertazione tra tutti, perché la Comunità è di tutti. In questo senso serve un incontro tra tutte le anime di Costa Paradiso, al fine di individuare una riforma che possa soddisfare una larga maggioranza, che la voti poi in assemblea. Basta con le prove di forza, basta con le bugie, basta con le divisioni, basta con l’arroganza.

Stefano Angeli

Membro del Consiglio Direttivo di ATCP

stefano.angeli@atcp.it

 

INTEGRAZIONE del 19 giugno: il giorno stesso della pubblicazione di questo articolo, il presidente del CdR tramite facebook rivolgeva al sottoscritto queste affermazioni:

“Qui l'unico arrogante sembri tu. Se i tuoi nuovi amici Grandi Morosi pagassero non ci sarebbero gli scenari catastrofici che falsamente dipingi. Prova a svalutare i crediti (loro) e poi fagli un bello sconto e paga il prezzo della tua campagna elettorale: ma poi gira per Costa Paradiso a schiena nuda, se hai il coraggio, e poi contiamo le frustate che avrai ricevuto. Ipocrita! Bartolomeo Sotgiu”

Ad una tale violenza verbale io ho risposto in questo modo:

“Caro Bartolomeo, ai numeri tu rispondi con insulti, e come tale sei un interlocutore ai miei occhi squalificato. Sarò lieto di confrontarmi con te quando e se ti sarai dato una calmata e imparerai a rispettare l'interlocutore. Un saluto Stefano”

Secondo il nostro Presidente del CdR, col mio articolo avrei indicato la strada di togliere o tagliare il debito ai morosi. Devo dire che dopo una fragorosa risata, mi sono fatto serio perché confondere il concetto economico di “svalutazione” con “cancellazione”, “estinzione”, “taglio”, è oltre modo preoccupante, e non mi aspettavo un tale svarione da colui che da anni approva le voci di spesa della Comunità. Per spiegare queste enormi differenzi anche a chi non le capisce (o fa finta di non capirle) userò due esempi, uno molto semplice, e uno tratto dalla nostra realtà economica.

Esempio 1:

Questa mattina esco di casa e mi accorgo di aver perso 10€. Secondo voi, quanti soldi ho? Se mi comportassi come l’ultimo bilancio della Comunità dovrei dire che io sono ancora in possesso dei 10€, ma non li trovo, li sto cercando, ed anzi, credetemi, li troverò ("la strada mi è debitrice di 10€..."). Se facessi una descrizione della situazione reale io dovrei dire: ho perso 10€, continuerò a cercarli per un tempo ragionevole sperando di trovarli tutti e 10, ma al momento non dispongo di questa cifra, ed è plausibile affermare che non li ritroverò, o ne ritroverò solo una parte. Percui ammetto di non averli, ma di continuare a cercarli.

Esempio 2

Come ho accennato all’inizio del mio articolo, le banche italiane sono appesantite dai così detti NPL, ossia prestiti fatti negli anni oggi di difficile liquidazione. Questi prestiti sono stati inseriti a bilancio con un valore realistico svalutato del 60% rispetto al valore nominale. Detto questo, le banche, continuano esattamente come prima a cercare di farsi pagare dai debitori l’intero ammontare dei prestiti (il 100%), pur ammettendo a se stessi ed ai mercati che presumibilmente riuscirà a recuperarne solo il 40%. Insomma la banca vuole essere “sincera” con l’investitore istituzione, e non vuole vendere sogni come invece il nostro bilancio vuole fare. Le banche stanno addirittura cercando di liberarsi di questo debito, vendendolo a terzi. I debiti vengono “cartolarizzati”, e venduti grosso modo al valore di mercato. Attenzione qui: chi li compra, paga il valore di mercato, ma non essendo egli un benefattore, acquista l’asset con l’intenzione e l’obiettivo di ricavarne ben più del 40% pagato, al limite anche l’intera posta, il 100%. Questo dimostra in modo inequivocabile che una cosa è il valore di un asset, una cosa è la ricerca di liquidazione dello stesso che non cambia al netto dei crediti prescritti.

Percui cari lettori, una cosa è iscrivere a bilancio il valore di mercato di un asset come chiedo io, una cosa è tagliarlo o estinguerlo e confondere le due cose vuol dire ripartire dall’ABC dei bilanci.

Stefano Angeli